Comunista israeliano residente all’estero privato della cittadinanza per il rifiuto di sostenere il massacro a Gaza

Di seguito pubblichiamo un articolo inviatoci da un giovane comunista israeliano residente all’estero. Dopo aver rifiutato di prestare servizio miliare nell’IDF (forze armate israeliane, Ndt), questo giovane compagno ha affrontato gravi ripercussioni personali. Ma dopo essere stato arrestato durante una manifestazione di solidarietà con la Palestina, gli è stata revocata la cittadinanza israeliana e gli è stato detto che non potrà più tornare in Israele. Si tratta di una violazione scandalosa dei più elementari principi della democrazia.

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A prescindere dalle azioni, giuste o sbagliate, che hanno portato all’arresto di questo giovane compagno (che, come spiegato, non hanno portato ad accuse penali nel paese in cui attualmente risiede), la privazione dei diritti di cittadinanza nei confronti di un individuo è scandalosamente draconiana e rappresenta una violazione dei principi più fondamentali della democrazia.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite afferma chiaramente che “nessuno può essere arbitrariamente privato della propria cittadinanza”. Questa privazione arbitraria della cittadinanza di un individuo, che non fa seguito ad alcun procedimento giudiziario, dimostra l’infondatezza dell’affermazione spesso ripetuta che Israele rappresenti “l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Che lo Stato di Israele neghi al popolo palestinese i suoi diritti democratici fondamentali, non solo a una patria ma anche all’uguaglianza con coloro che hanno la cittadinanza israeliana, è ben noto a tutti. Il fatto che in questo caso siano stati usati metodi così antidemocratici e arbitrari contro un ebreo israeliano dimostra come, nonostante la sua pretesa di garantire una patria democratica agli ebrei, nello Stato di Israele non ci sia democrazia nemmeno per i cittadini ebrei, una volta che questi osano uscire dal seminato.


Come cittadino israeliano e comunista che vive all’estero, ho sentito in prima persona l’immensa pressione che la classe dominante israeliana esercita sui lavoratori ebrei per legarli alle proprie ambizioni imperialiste. La mia vita è stata un braccio di ferro costante tra le mie convinzioni personali e le aspettative sociali imposte dalla mia patria. Il mio approdo come comunista organizzato alla Tendenza Marxista Internazionale (TMI) è stato un percorso di sfida e sacrificio, che ha portato a una straziante separazione dalla mia famiglia e dalla mia patria.

Lo Stato israeliano, come qualsiasi altra nazione capitalista, è costruito su fondamenta di sfruttamento e oppressione. La situazione del popolo palestinese, sottoposto a decenni di occupazione e discriminazione, è diventata per me impossibile da ignorare. Sin dalla sua nascita, nel 1948, Israele ha imposto il servizio militare obbligatorio alla maggior parte dei cittadini, indipendentemente dal sesso, come parte del suo programma imperialista. La legge sulla coscrizione impone a tutti i cittadini ebrei e drusi di età superiore ai 18 anni di prestare servizio nell’IDF, perpetuando le politiche aggressive e bellicose dello Stato nei confronti dei palestinesi e degli Stati confinanti della regione.

Crescendo in Israele, sono stato sommerso dalla retorica nazionalista e dalla glorificazione del servizio militare. Fin da piccoli ci è stato inculcato che prestare servizio nell’IDF non era solo un dovere, ma una menzione d’onore.

Approfondendo la teoria marxista, mi sono reso conto dei metodi con cui lo Stato israeliano opera per sostenere gli interessi della classe dominante. È diventato chiaro che la facciata apparentemente nobile del servizio militare era, in realtà, uno strumento cruciale per perpetuare la presa dell’élite sulla popolazione. Lo Stato israeliano, come altri Stati imperialisti, impiega il proprio apparato militare non solo per la “difesa” nazionale, ma come mezzo per consolidare ed espandere il proprio dominio sia all’interno dei propri confini che al di fuori.

Attraverso il servizio militare, la classe dirigente perpetua una cultura di militarismo e obbedienza, soffocando il dissenso e la resistenza della popolazione. All’esterno, gli interventi militari dello Stato israeliano servono a promuovere gli interessi dell’imperialismo e del sistema capitalistico globale. Dall’occupazione dei territori palestinesi agli interventi nei paesi vicini, l’esercito israeliano agisce come strumento di aggressione per garantire interessi strategici ed espandere l’influenza imperialista.

Quando ho raggiunto l’età del servizio militare, ho deciso di non prestare servizio nell’esercito. Non è stata una decisione che ho preso alla leggera. Come comunista isolato, a mio avviso, questo era l’unico modo che avevo per sfidare lo Stato e i vincoli che legano forzatamente me e milioni di altri alla classe dominante. Lo consideravo un passo verso la costruzione di un mondo migliore, libero dalle catene dell’oppressione e dello sfruttamento. Agli occhi di questa classe dominante, la renitenza alla leva è vista come un atto di tradimento, una minaccia alla loro autorità e ai loro privilegi.

Le conseguenze della mia decisione sono state gravi. Classificato come “cittadino israeliano i cui genitori risiedono all’estero”, il mio status di cittadino inizialmente offriva una certa flessibilità nell’adempimento di questi obblighi. Potevo rinviare il servizio militare mentre vivevo all’estero e visitare Israele senza essere obbligato ad arruolarmi o rischiare di perdere la mia cittadinanza. Tuttavia, le condizioni legate a questi viaggi si sono rivelate una forma di esilio pratico dalla società israeliana.

L’unità di reclutamento dell’IDF, nota come Meitav (che in italiano si traduce grossolanamente come “il migliore” o “il massimo”, Ndt), ha inviato un documento a tutti i membri della diaspora tramite le rispettive ambasciate. Questo documento delineava i termini dei nostri viaggi in Israele: potevamo tornare per soli 10 giorni al mese, per un totale di 120 giorni all’anno. Tuttavia, ulteriori restrizioni in contraddizione con queste condizioni hanno aggravato il problema. Dovevamo risiedere fuori da Israele per almeno 60 giorni prima e dopo ogni viaggio. Inoltre, tali viaggi potevano avvenire solo una volta all’anno.

Questi regolamenti severi, contraddittori e confusi creano opportunità contorte e scarse per quelli che sono stati definiti “ritorni”, inducendo la maggior parte delle persone nella mia situazione a fare viaggi sempre più rari in Israele per non commettere errori burocratici.

L’impatto emotivo e psicologico di queste norme non può essere sopravvalutato. Sono riusciti a recidere i legami tra noi e i nostri cari, le nostre case. Immaginate la profonda tristezza e il rimpianto di non poter dare l’ultimo saluto a una persona cara durante un funerale, o la frustrazione di non poter partecipare alle riunioni annuali di famiglia. Considerate lo strazio di non poter partecipare a eventi familiari importanti come matrimoni, nascite e lauree a causa di queste leggi.

Non si tratta di semplici inconvenienti: sono eventi che cambiano la vita e che sono al centro dei nostri legami e delle nostre tradizioni familiari. Ci siamo sentiti scollegati, isolati ed effettivamente esclusi dalle nostre radici, dal nostro patrimonio culturale e dalle nostre famiglie.

Tuttavia, la portata delle misure repressive dello Stato non si esauriva qui. Nonostante la presunta “flessibilità” concessa ai membri della diaspora israeliana nell’adempimento degli obblighi di leva, la realtà del nostro status è diventata dolorosamente chiara quando ho partecipato a una protesta in solidarietà con il popolo palestinese in seguito al massacro genocida di Gaza, attualmente portato avanti dalla nostra classe dirigente. Purtroppo ho avuto un alterco con la polizia e sono stato arrestato. Non sono stato accusato e sono stato rilasciato con diffida. Tuttavia, l’ambasciata israeliana è stata informata e qui le cose hanno preso una piega oscura.

Il mio arresto è stato usato come pretesto per le misure più draconiane: sono stato privato dei miei diritti democratici, con la revoca quasi immediata della mia cittadinanza e l’agghiacciante rifiuto di entrare in Israele. Questa espulsione brutale dalla mia patria dimostra fino a che punto lo Stato israeliano sia disposto a mettere a tacere il dissenso e a mantenere la sua presa sul potere. La classe dominante israeliana e i suoi sostenitori tra gli imperialisti occidentali ci dicono che Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Ma quale democrazia revoca la cittadinanza a una persona solo per aver protestato?

La mia determinazione è più forte che mai, nonostante le intimidazioni dello Stato. Sono più che mai determinato a continuare a essere solidale con gli oppressi, ovunque essi si trovino. La mia espulsione da Israele è stata un attacco ai principi di giustizia e democrazia.

Come israeliani, ci viene detto che lo Stato sostiene i nostri diritti democratici e garantisce la nostra sicurezza. C’è una paura palpabile nella società israeliana, la sensazione di essere circondati da nemici e di doversi difendere. Lo Stato israeliano si propone nel ruolo di nostro “protettore”.

Ma cosa sta facendo in realtà lo Stato israeliano? Netanyahu, solo per rimanere al potere e non andare in prigione, ha bisogno di mantenere questa guerra a tempo indeterminato. Con le sue azioni, il governo israeliano sta deliberatamente destabilizzando la regione. Nuovi fronti minacciano di aprirsi al confine con il Libano e altrove. Migliaia di israeliani sono stati sfollati dalle loro case lungo il confine.

Lungi dal garantire agli ebrei israeliani una vita pacifica, prospera e sicura, questo Stato sta creando un’instabilità sempre maggiore, mentre la classe capitalista continua ad arricchirsi saccheggiando e sfruttando la maggioranza della popolazione. La mentalità di assedio nella società israeliana, creata in modo deliberato, va a tutto vantaggio della classe dominante e degli elementi più reazionari della società israeliana. Attraverso le loro politiche brutali, alimentano l’ostilità dell’intera regione nei confronti degli israeliani, e poi usano questa ostilità per aggregare la classe operaia israeliana attorno a sé.

Infine, dimostrando il loro disprezzo cinico per i cittadini israeliani comuni, quando qualcuno di noi osa usare i diritti democratici di cui lo Stato israeliano è presumibilmente garante, ci voltano immediatamente le spalle. Ci privano della cittadinanza, ci imprigionano e ci mettono a tacere.

Invito tutti i lavoratori israeliani a rifiutare le politiche oppressive e militariste dello Stato, a rifiutarsi di essere complici della continua oppressione e del vero e proprio massacro dei palestinesi, e a rivoltarsi contro la violenza sistemica perpetuata dalla nostra classe dominante e dal governo che agisce come un suo burattino. Solo una federazione socialista di Israele-Palestina, come parte di una federazione socialista del Medio Oriente, può creare le condizioni per un’esistenza veramente pacifica, armoniosa e prospera per tutti i popoli di questa regione.

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